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GIUSEPPE E I DUE POPOLI

La figura biblica di Giuseppe costituisce l’archetipo del Messia sofferente e trionfante e porta in se molti caratteri distintivi del messia Gesù.

Al momento del suo martirio Stefano in Atti cap.7 v. 8-18 racconta la parabola di salvezza di Israele riassunta nella storia di Giuseppe e i suoi fratelli, a testimoniare l’importanza che Giuseppe aveva come figura del Messia nella chiesa primitiva. Gli ultimi 13 capitoli della Genesi sono dedicati alla figura del grande patriarca.

Giacobbe mostra la sua predilezione per il primogenito dell’amata Rachele facendogli dono di una tunica che provocherà la gelosia dei fratelli. I fratelli portano la tunica insanguinata col sangue di un agnello, gen. 37:31, dicendo a Giacobbe che una fiera lo aveva ucciso. Come nel caso di Isacco un agnello sostituì il sacrificio del giovane. Questo è figura del sacrificio sostitutivo di Gesù sulla croce. Nel Vangelo di Giovanni 19 v. 23-24 troviamo che i soldati romani si disputano la tunica del Salvatore crocifisso.

La prima parte della parabola di Giuseppe lo mostra venduto schiavo, imprigionato, accusato ingiustamente. Questa è la figura del messia sofferente che la tradizione ebraica conosce con Mashiach ben Josef. La seconda parte della parabola lo mostra come vicerè, dispensatore di pane, soccorritore dei figli d’Israele. È la figura del messia trionfante e regnante e riferisce del messia Ben David come sovrano di Israele e di tutti i popoli.

Nella figura di Re il Profeta Ovadia al v. 18 dice : “ La casa di Giacobbe sarà un fuoco e la casa di Giuseppe una fiamma; la casa di Esau come la paglia, che essi incendieranno e divoreranno; e nulla più rimarrà della casa di Esau, perché l’Eterno ha parlato.” Il profeta Ovadia pone la figura di Giuseppe come il distruttore dell’Eterno nemico d’Israele: Edom. Il discendente di Esav , l’uomo che ha disprezzato la primogenitura spirituale, l’uomo materiale, l’inseguitore di Giacobbe viene bruciato come paglia e del suo potere militare e distruttivo non resta che cenere di paglia, cioè vanità. Edom è Roma e i suoi imperatori che hanno soggiogato la città di Dio e che alla fine dei tempi saranno giudicate e vinte dal Messia che viene con le nuvole (Apoc. 1:7)

Ancora il profeta Ovadia dice che la distruzione di Edom, i dominatori politici di questo mondo, è l’opera che precede il radunamento finale d’Israele: “ I deportati di Gerusalemme che sono a Sefarad ( Spagna) possederanno le città del mezzogiorno ( Negev). E dei liberatori saliranno sul Monte Sion per giudicare il monte di Esav ; e il regno sarà dell’Eterno (v 20-21). Il raduno finale dei sefarditi, dei marrani anussim, dei sommersi dall’inquisizione vedrà il ritorno sulla terra ad opera della battaglia di liberazione dalle catene di Edom operata da Principe d’Egitto, Giuseppe, prefiguratore del Regno finale dell’Eterno.

L’umiltà precede la Gloria. Il Messia sofferente e il Messia trionfante.

In questo alfa e omega però vogliamo analizzare i caratteri e la funzione di Giuseppe come l’uomo della pace tra i due popoli , Israele e l’Egitto. Giudei e Gentili.

Giuseppe nella benedizione di Giacobbe è Ben Porat Joseph: un tralcio di vite abbondante di uva che pende da un pergola. E’ la vite di Gesù di cui il Padre è il vignaiolo. Il capostipite di un popolo numeroso.

Giuseppe è il marito di Asenat. La principessa egiziana figlia di Potifarre, sacerdote di un dio egiziano.

Giuseppe estende la benezione di Giacobbe-Israele ai due figli avuti dall’egiziana, specialmente Efraim che diventa l’archetipo dei credenti gentili che entrano a far parte d’Israele.

Efraim è il secondogenito che però Giacobbe, incrociando le mani (gen 48.14) benedice per primo, come accadde pure a Giacobbe, benedetto invece di Esav.

Il Popolo d’Israele non è destinato a vivere per se stesso, ma custodire una elezione e una chiamata che si estende a tutte i figli delle nazioni che vogliono entrare sotto l’ala del Messia trionfante.

L’apostolo Paolo in Efesini 2 parla dei due popoli che diventano uno solo entrando nella cittadinanza d’Israele. Qui Efraim e Manasse figli dell’egiziana rinunciano al passaporto egiziano per prendere quello della Terra Promessa. ” Che Dio ti benedica come Efraim e Manasse” è la benedizioni che il padre ebreo fa ai suoi figli imponendo le mani e trasmettendo l’eredità dei patriarchi.

Il salmo 80 chiama Giuseppe pastore del gregge. Giovanni cap. 10 dice che Gesù è pastore di 2 greggi riunificati. Il primo è Israele il secondo è quello dei gentili. All’uscita dall’ Egitto, Mosè mantiene fede al giuramento fatto fare ai fratelli e loro discendenti di portare la sua salma a Sichem, dove tutta la storia era cominciata con la vendita ai madianiti. Il feretro di Giuseppe  guida il gregge di Israele nel deserto. Tra la nascita in Egitto e la salvezza nella Terra promessa vi è sempre interposto il deserto.

Giuseppe è l’uomo della riconciliazione. Alla morte del Padre Giacobbe i fratelli temono che i suoi sentimenti di vendetta prendano il sopravvento, ma Giuseppe li rassicura . Voi avete pensato il male contro a me ma il Signore ha cambiato il male in bene per mantenere in vita un popolo numeroso. La riconciliazione di Giuseppe con i suoi fratelli è la riconciliazione tra giudei e gentili che infine è la missione di Paolo.

Giuseppe è anche l’uomo dei sogni. Vi sono tre tipi di sogni: quelli che vengono dal mondo demoniaco, quelli che vengono dai desideri del corpo e infine quelli che anticipano la profezia.

Naturalmente è di questo tipo di sogni che Giuseppe si fa interprete. Giuseppe è interprete di profezia e profeta egli stesso, cioè comunicatore della volontà che viene dal Cielo.

Giuseppe come Gesù veste la tunica del sacrificio e della sofferenza, ma anche del sacerdozio.

Giuseppe come Gesù è il messia sofferente.

Giuseppe come Gesù dispensa pane.

Giuseppe come Gesù vince Edom, cioè Cesare.

Giuseppe come Gesù radura il Gregge delle pecore perdute d’Israele e dei credenti di tutte le nazioni.

Giuseppe come Gesù guida il gregge verso la terra promessa e riconcilia i fratelli.

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Restaurazione di tutte le cose

 (Riflessioni sul libro “Tongue of the Prophets” Robert St John 1952 La storia di Eliezer Ben Yehuda (Titolo italiano: L’eretico)

 Può una lingua davvero risuscitare dai morti? Possono quelle parole, che da duemila anni risuonavano solo nelle sinagoghe della Diaspora e nelle aule delle scuole Talmudiche, tornare a farsi sentire sulle labbra della gente in piazza mentre fanno compere? Può la lingua delle preghiere, della comunicazione con l’Altissimo, farsi nuovamente bisbigliare dai giovani innamorati o farsi cantare le ninne nanne dalle mamme fra le mura domestiche? Può la lingua antica dei Re Davide e Salomone farsi pronunciare nuovamente nei palazzi dei grandi governatori di uno stato indipendente e moderno?

Ecco il miracolo della lingua ebraica, ed ecco il sogno di un uomo, ormai noto come pioniere della sua rinascita: Eliezer Ben Yehuda.

Nasce in Lituania nel 1858 con il nome di Eliezer Perelman. Dopo il suo Bar Mitzvah viene mandato a studiare alla scuola rabbinica nella città di Polostzk. Sotto la guida del suo Rabbino scopre la bellezza della lingua ebraica in un modo del tutto inaspettato: legge la traduzione in ebraico di un libro di letteratura – Robinson Crusoe – prestatogli dal Rabbino stesso, e sente subito una scintilla di emozione all’idea che le parole sacre e i suoni melodici delle preghiere della sua infanzia si potessero utilizzare per raccontare storie di avventure o storie di vite ordinarie. Questa scintilla, cioè l’idea che la lingua delle Sacre Scritture potesse diventare una lingua secolare, si accende in lui nella biblioteca del Rabbino di Polostzk verso la fine del 19° secolo, ed è destinata a crescere inesorabilmente, diventando una fiaccola fiammeggiante, che fa luce sulla via del ritorno per il popolo perduto di Israele.

Il periodo della sua gioventù è il periodo embrionale del Sionismo. Nell’aria si sente il profumo di una nuova speranza; la speranza di un Israele rinato, e così Eliezer inizia a diffondere le sue idee di uno stato ebraico indipendente e dell’ebraico come sua lingua ufficiale. Nel 1881, appena sposato, si trasferisce a Gerusalemme e inizia la sua battaglia destinata a durare tutta la vita.

I dettagli di questa sua battaglia affollano le pagine del libro di Robert St John “Tongue of the Prophets”, un libro che spruzza calore umano nel descrivere la vita di Ben Yehuda, fra tragedie e glorie. St John ci presenta un uomo straordinario che, nonostante la sua grave malattia, lavora diciotto ore al giorno per quarant’anni, riesumando le ossa secche delle parole ebraiche dimenticate nell’oblio dei secoli, e raccogliendo abbastanza materiale per un dizionario di ben sedici volumi – un lavoro monumentale che si conclude solo nel 1959, dopo la sua morte.

Più che altro la vita di quest’uomo suscita delle riflessioni su un tema che indubbiamente sta vicino al cuore di Dio, dai tempi dei profeti fino ai giorni in cui viviamo; un tema che bruciava nei cuori dei discepoli al momento dell’ascensione di Gesù, e che è rimasto nel cuore di ogni ebreo durante il lungo esilio fra le nazioni: la Restaurazione di Israele.

La parola restaurazione è una parola affascinante specialmente per chi ama le cose antiche. Fa pensare ai mobili d’epoca che riprendono il loro splendore o alle case in stile che, dopo la ristrutturazione, sfoggiano di nuovo tutta la loro eleganza storica. La passione della restaurazione è quella di riscoprire l’originale, ed è proprio in questo che vediamo il carattere straordinario di Dio. Egli non ha permesso che lo Yiddish o un’altra lingua della Diaspora diventasse la lingua ufficiale della nazione israeliana, ma con l’occhio attento del restauratore ha ridato vita allo splendore di prima, ridonando così l’eredità persa al suo popolo tanto amato.

La storia della rinascita della lingua ebraica dà da riflettere anche a noi gentili delle nazioni “cristiane” in quanto ci dimostra come Dio sta restaurando le cose “fisiche” insieme a quelle “spirituali”. Benché tenute separate nel pensiero tradizionale cristiano (a causa dell’influenza della filosofia greca), nel pensiero ebraico queste due cose sono inseparabili, e tutta l’opera di Dio rispecchia questo meraviglioso intreccio, trovando l’espressione più completa nella persona stessa di Gesù: uomo e Dio.

Questo legame fra spirituale e fisico si vede chiaramente nel messaggio del profeta Isaia, il quale denuncia il degrado spirituale del popolo di Dio con queste parole:

Siamo tutti come una cosa impura, e tutte le nostre opere di giustizia sono come un abito sporco; avvizziamo tutti come una foglia, e le nostre iniquità ci portano via come il vento.”Isaia 64:6

poi aggiunge un parallelo nel mondo fisico:

Le tue sante città sono diventate un deserto, Sion è diventata un deserto, Gerusalemme una desolazione.”Isaia 64:10

Poi, dopo aver annunziato la buona notizia di speranza e conforto:

Lo Spirito del Signore, l’Eterno, è su di me, perché l’Eterno mi ha unto per recare una buona novella agli umili; mi ha inviato a fasciare quelli dal cuore rotto, a proclamare la libertà a quelli in cattività, l’apertura del carcere ai prigionieri” Isaia 61:1

prosegue nella promessa di una restaurazione fisica:

“Essi ricostruiranno le antiche rovine rialzeranno i luoghi desolati nel passato, restaureranno le città desolate, devastate da molte generazioni.” Isaia 61:4

Chi segue da vicino gli avvenimenti attuali della nazione d’Israele non può che confermare che la restaurazione fisica d’Israele è legata indissolubilmente a quella spirituale, così che mentre l’agricoltura fiorisce e la tecnologia raggiunge traguardi sorprendenti, il nome Yeshua fa sempre più discutere e sono sempre più quelli del suo popolo che scoprono in lui il loro Messia tanto atteso.

In ebraico moderno l’espressione usata per dire “benvenuto!” è non altro che “benedetto è colui che viene!” – le parole scritte dal salmista quasi tre mila anni fa e le stesse parole usate dalla folla per dare il benvenuto a Yeshua al momento della sua entrata a Gerusalemme. Saranno proprio queste parole che Yeshua udirà quando ritornerà di nuovo in quella città. In quel momento il benvenuto verrà fuori dai cuori in attesa del loro Messia, ma non solo, grazie al contributo di Eliezer Ben Yehuda, sarà un benvenuto espresso nella loro lingua.

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L’ULIVO E LA CASA

 

Romani 11 – Salmo 52:8 – Geremia 11:16 – Efesini 3:10 – 1 Pietro2:5

 

Scopo di questo articolo è definire i contorni del concetto di chiesa riferito sia all’albero di ulivo che alla casa spirituale di cui parla Pietro nella sua prima epistola al capitolo 2 verso 10.

Mi soffermerò in particolare su come Paolo e Pietro abbiano vouto adottare la metafora dell’ulivo e della casa come spiegazione del mistero della chiesa, come illustrato in Efesini 3:10.

Se vi è una pianta che dà il senso della vita e dell’eternità, una pianta rigogliosa, questa è l’albero dell’ulivo.La sua forma e bellezza, i suoi frutti e il suo verde, a dispetto del paesaggio arido. Le sue radici penetrano nei crepacci delle pietre e non hanno bisogno di terreno fertile, anzi sembra che sia l’ulivo a dare vita al suolo in cui è piantato. Il re Davide nel momento in cui si sente attaccato dai nemici si paragona ad un ulivo verdeggiante e per di più piantato nella casa del Signore.

Se dobbiamo immaginare l’albero della vita questo è certamente l’ulivo. Quando si cammina per i monti che circondano Gerusalemme, cominciando dal Monte degli Ulivi, il cui nome ci rinvia immediatamente al ministerio di Yeshua di Nazaret, si ammirano questi ulivi centenari in un paesaggio desertico che testimonia del tempo e della fede.

L’apostolo Paolo nella lettera ai Romani sceglie proprio l’albero d’ulivo come metafora per insegnare il tipo di relazione che intercorre fra Giudei e Gentili.

“ Sei divenuto partecipe della radice e della grassezza dell’ulivo”. Vi è una benedizione vitale che scaturisce dall’essere innestati nell’albero d’ulivo, siamo partecipi della radice d’Isai (Isaia 11:1), cioè Yeshua, e ci nutriamo della linfa, dell’olio che scorre nel tronco d’Israele. Dunque vi è un beneficio immediato e vitale che è il ricevere olio.

Il verso 24 di Romani 11 recita: “Tu sei stato tagliato dall’ulivo per sua natura selvatico, e sei stato contro natura innestato nell’ulivo domestico, quanto più essi , che sono dei rami naturali, saranno innestati nel loro proprio ulivo? “

Usualmente si innesta un ramo domestico ( Israele) su un tronco e una radice selvatica perché il selvatico ( Gentili) è più resistente alle malattie e più longevo. Il ramo domestico invece è fruttifero.

Qui vi è un piccolo mistero botanico perchè l’innesto avviene contro natura e il selvatico è innestato sul domestico, cioè Israele. Perché? La ragione è che il ramo selvatico rivitalizza la radice invecchiata, ma anche viene influenzato dalla radice domestica e dunque il ramo selvatico diventa domestico a sua volta. La metafora botanica che Paolo adotta è illuminante e illustra l’interdipendenza tra Giudei e Gentili. La radice è Yeshua Ha Mashiach, il tronco è Israele e i rami innestati sono i gentili, i rami reinnestati sono ancora Israele.

Radice e tronco dipendono dai rami, ma i rami dipendono dalla linfa oleosa che viene dalla radice.

Possiamo dire: nessuno si salva da solo. L’idea di una salvezza individuale è correlata a una salvezza comunitaria e reciproca. L’albero è composto da 4 elementi, la radice ( Gesù ) il tronco ( tutto Israele), rami selvatici innestati ( gentili credenti in Gesù), rami di Israele reinnestati ( Giudei credenti in Gesù). Dunque radici, tronco e chioma; ovvero Gesù, Israele e Giudeo-gentili sono tre soggetti completamente collegati e tutti indispensabili per formare l’albero.

La radice portante rimane Gesù di Nazaret, ma tutti e tre gli elementi son indispensabili per la vigoria dell’albero. Nessuno può fare a meno dell’altro.

Nei prima 8 capitoli della lettera ai Romani, Paolo delinea i temi principali della condizione dell’essere umano: il peccato, il ravvedimento, la giustificazione, la torà, la grazia, l’opera dello Spirito Santo.

Negli 8 capitoli finali illustra la dinamica della grazia di Dio che opera tra i due popoli, prima separati poi unificati (efesini 2:14). Non a caso Giovanni Diodati, secondo Romani 11:17

ha scelto per l’illustrazione della traduzione della sua Bibbia (1645) la figura dell’ulivo dai rami tagliati e poi innestati, proprio per sottolineare l’importanza di Israele nel ricevere la grazia dell’olio.

Possiamo dire che i grandi Evangelisti come Diodati, Spurgeon o Wesley, dopo la predicazione sul peccato e sulla salvezza per Grazia, ponevano in grande risalto l’importanza della relazione con Israele come elemento di salvezza relazionale e comunitaria. Al verso 12 dice: “Se la loro caduta è la salvezza del mondo, e la loro diminuzione la salvezza dei gentili, …, la loro riammissione sarà una resurrezione dai morti.”

Dunque vi è una salvezza personale, per Grazia mediante la fede per opera dello Spirito, ma la resurrezione è successiva alla salvezza e alla riammissione d’Israele.

Dunque possiamo affermare che l’apostolo Paolo nei successivi 8 capitoli della lettera ai Romani,

tratta di un’opera di salvezza che riguarda l’interezza dei Gentili che si uniscono a tutto Israele che riconosce Gesù.

Il dato saliente è che l’unione dei due popoli, dei Gentili che entrano a far parte del privilegio della cittadinanza d’Israele, costituisce il piano salvifico dei due popoli che diventano uno solo.

Allora possiamo vedere l’opera evangelistica di Paolo come un lavoro di riconciliazione tra l’uomo e Dio in un senso personale, ma anche di riunificazione con Israele come piano di salvezza comune.

In questo senso l’orgoglio dei Gentili, del cui pericolo l’Apostolo ci avverte, è il primo passo di un inganno verso un’autoreferenzialità della Chiesa. Oggi la chiesa dei Gentili guarda a se stessa come al soggetto collettivo che costituisce la Sposa, ma noi sappiamo che la Sposa in tutto il primo testamento è la sposa del Signore d’Israele (vedi Osea) cioè Israele stesso che, seppur infedele, rimane la sposa perchè Dio non ha cambiato il suo matrimonio, il Suo patto.

I Gentili si aggiungono alla comunità o Sposa di Yhawè.

La chiesa, come già chiaro nella dottrina evangelica, non è la Salvezza, ma piuttosto possiamo dire che la salvezza ci dona la riconciliazione e ci fa entrare in quel corpo nuovo che Cristo ha costituito per mezzo del Suo Sacrificio.

 

La raccolta di denaro che Paolo ordina di fare è trattata in ben 4 Capitoli del secondo testamento e cioè: Romani 15, 1Corinti 16, 2Corinti capitoli 8 e 9 .

Generalmente questo insegnamento viene ridotto ad un gesto di carità fraterna verso i poveri di Gerusalemme, e poi esteso come esempio della caritas cristiana. Ma la lunga trattazione e l’insegnamento su temi come il debito per le ricchezze spirituali ricevute da Israele ( Rom. 16.27), la lode comune a Dio ( Rom 15.11), l’ubbidienza in Parola e opere, con potenza dello Spirito (Rom 15:18) , mostrano che il dispiegamento della salvezza di Dio e dei doni dello Spirito può avvenire solo nella comunione tra Giudei e Gentili.

L’opera dell’apostolo Paolo si configura, non come tradizionalmente è stato visto un voltare le spalle ad Israele e volgersi verso la chiesa gentile, ma come la pratica della riconciliazione di Dio

realizzata fra i due popoli.

La Chiesa ha sempre proclamato, secondo Efesini cap. 2 “ un solo popolo, un solo uomo nuovo,un solo corpo”. Ma la domanda oggi per la chiesa gentile sarebbe : “questa idea del popolo nuovo è anche praticata e realizzata oppure manca di una pratica?

Possiamo dire che Paolo parla già di un popolo e di un uomo nuovo, ma non ancora realizzato. Certamente le due componenti, Giudei e Gentili, sono distinguibili e necessarie poiché vi è una dinamica relazionale di Salvezza in cui i Gentili hanno bisogno dei Giudei, e questi dei Gentili.

Dunque è ora per i credenti Gentili di entrare in questo lavoro di Dio e non relegare l’unità ad un concetto astratto. La visita, il soccorso anche monetario di Israele, non è riducibile ad un atto di carità, ma implica la lode a Dio e la manifestazione della Sua Potenza.

Noi vediamo solo una piccola minoranza di Credenti che si relaziona con Israele, e molti considerano l’amicizia con Israele come un optional per la Chiesa. Invece vediamo dall’insegnamento di Paolo sull’ulivo, sul portare l’offerta a Gerusalemme, nella costruzione della Keilà ( Chiesa) la manifestazione dell’opera di Dio per mezzo dei suoi servi, Apostoli, Profeti, Evangelisti, Pastori, Dottori ( efesini 4). Tutto questo precede la resurrezione e l’apparizione Gloriosa del Re e Messia Gesù.

Per questo riteniamo irrinunciabile per la chiesa gentile adoperarsi per l’avvicendamento dei tempi di Dio e la preparazione del ritorno del Signore, ponendosi in comunione con Israele specialmente sull’Israele di Dio, che ha conosciuto il Messia.

Con questi tre temi, l’innesto nell’albero dell’ulivo, il debito spirituale verso Israele, e la formazione del Popolo nuovo, Paolo opera e indica la strada per la Chiesa di questi tempi.

Questo era il progetto di Dio per le 70 nazioni, sul Sinai. Questo il comandamento di Gesù ai 70 apostoli per tutti i popoli, questo il ministerio di Paolo tra giudei e gentili.

 

L’apostolo Pietro nella Sua seconda epistola al verso 5 dice: “ Come pietre viventi, siete edificati quale casa spirituale, per essere un sacerdozio santo per offrire sacrifici spirituali, accettevoli a

Dio per messo di Gesù il Messia. In tutta la scrittura la Casa è il simbolo sia del tempio di Gerusalemme che della casa regale Davidica. Pietro scrive da Babilonia ai nuovi credenti dell’Asia minore, dove risiedeva la più grande comunità Ebraica dei tempi apostolici e per molti secoli dopo.

Come recita il profeta Isaia: 2 “la mia casa sarà chiamata una casa di preghiera per tutte le nazioni”, l’apostolo Pietro parlando da una comunità ebraica e rivolgendosi a tutte le nazioni dice che nell’edificio ogni pietra deve trovare la sua collocazione per concorrere a costruire l’edificio della chiesa come luogo di adorazione a Dio. Ancora più precisamente Isaia 66:18 dice “Il tempo è giunto per raccogliere tutte le nazioni e tutte le lingue; ed esse verranno e vedranno la mia Gloria”. Dunque Giudei e Gentili di tutte le nazione innalzeranno un canto con molte voci al Signore, nella città stabilita come residenza del Suo nome, il monte Santo a Gerusalemme!

Abbiamo qui la rappresentazione visibile dell’edificio della Chiesa universale, che però

ha il suo centro a Gerusalemme, come in Atti cap. 15.

L’apostolo Pietro parla della casa, Paolo parla dell’albero dell’ulivo come comunità composta di Giudei e Gentili di tutte le nazioni. Il popolo eletto non può fare a meno di levare un canto di lode a Dio, così come i salvati di tutte le nazioni hanno bisogno di aggiungersi alla casa che è in Gerusalemme.

Di questo nuovo soggetto profetizzato da Isaia come casa, e da Geremia ( 11;6) come albero di ulivo, l’apostolo Paolo svela il mistero in Efesini 3:8.

“Affinché nel tempo presente, ai principati ed alle potestà , nei luoghi celesti, sia data conoscenza per mezzo della Chiesa, la infinita varia sapienza di Dio “.

Dunque quello che i Profeti avevano preannunciato sulla casa e l’ulivo di Dio, ora viene svelato alle potestà nemiche e cioè che vi una comunità , una Keilà composta di giudei e gentili che diventano un solo edificio e un solo albero. Nel capito precedente ( Ef. 2:12) l’apostolo spiega chiaramente che i gentili entrano nella cittadinanza di Israele. Dunque non un nuovo soggetto misterioso, ma la rivelazione di un mistero che i Profeti avevano annunciato: nella casa di Dio vi sarebbe stato un posto per i gentili. Già Salomone pregava il Signore che ascoltasse gli stranieri che sarebbero venuti a pregarlo nella casa da lui costruita 1 Re 8:41-43.

Allora ecco che l’apostolo Pietro e Paolo annunciano che è giunto il tempo della comunione in Cristo tra giudei e gentili. E’ questo il tempo in cui i gentili delle nazioni possono contribuire a formare un solo Popolo.

 

Y. M.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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